Il Nilo e il ritmo della città
“L’Egitto non è un Paese che si visita. È un Paese che ti attraversa”. Lo scrisse quasi un secolo fa Lawrence Durrell, e basta una sera sul Nilo per comprenderne il significato.
Il Cairo non si lascia raccontare facilmente. È una città smisurata, vertiginosa, contraddittoria. Una metropoli di oltre venti milioni di anime dove il tempo sembra scorrere in cerchi concentrici, come le onde del grande fiume che da millenni ne custodisce il destino. Qui convivono il richiamo del muezzin e i clacson incessanti, i palazzi moderni e le case di mattoni mai terminate, i fasti dei faraoni e la polvere del presente. Eppure, dietro il caos apparente, Il Cairo possiede una bellezza ipnotica, quasi mistica.
La città si comprende soprattutto dall’acqua. Al tramonto, navigando lentamente sul Nilo, Il Cairo cambia volto. Le luci dei ponti si riflettono sul fiume e le grandi chiatte ristorante ancorate alle rive si trasformano in salotti galleggianti. Dalla prua della feluca osservo famiglie egiziane cenare tra musica araba e risate, mentre il profumo delle spezie arriva fino all’acqua. Tra queste imbarcazioni c’è il celebre ristorante di pesce Sea Gull, sospeso sul fiume come una terrazza luminosa nel cuore della notte cairota. Intorno, la città sembra infinita. Il Nilo, immobile e solenne, continua invece a scorrere con la stessa pazienza con cui accompagnava i faraoni.

Tra i vicoli di Khan el-Khalili
“L’uomo teme il tempo, ma il tempo teme le piramidi”, recita un antico proverbio arabo. E al Cairo il tempo sembra davvero perdere consistenza. Nel dedalo di vicoli di Khan el-Khalili, il bazar più celebre del Medio Oriente, ogni passo è un viaggio dentro un romanzo orientale. I mercanti chiamano i passanti con sorrisi antichi, le lampade di rame filtrano una luce dorata e i negozi di spezie esplodono di colori impossibili: cumino, cardamomo, zafferano, karkadè, cannella. L’aria profuma di tè alla menta e caffè tostato. Qui nulla sembra cambiato dai tempi delle carovane. Il Cairo più moderno e attuale ha invece il volto del quartiere di Korba. La sera è un brillare di luci e di gente seduta tra i numerosi tavolini che arrivano quasi a lambire l’incessante processione di macchine e motorini.

La nostra guida, Ashraf, parte del gruppo di professionisti di altissimo livello scelti da Bagawat e Travel Square Egypt, ci accompagna con una calma quasi filosofica attraverso il caos della città. Racconta Il Cairo come si racconta una persona amata. È sposato con Basma, nome che in arabo significa “sorriso”. Hanno tre figlie: Doaa, diciannove anni, “preghiera”; Rim, quindici anni, il nome delicato di un fiore; e Aya, undici anni, “miracolo”, ma anche versetto sacro del Corano. In quei nomi c’è tutta la poesia del mondo arabo: spiritualità, grazia, memoria.

Dal fornaio Mahmoud assaggiamo l’aish baladi, il pane della vita, impastato con farina integrale nella classica forma rotonda e cotto ad altissime temperature nei tradizionali forni a legna, che lo fanno gonfiare creando una tasca interna perfetta per essere riempita di cibo: una variante davvero gustosa del nostro panino occidentale.

La città e le sue memorie
Con Ashraf attraversiamo la cosiddetta Città dei Morti, il grande cimitero monumentale islamico dove vivono stabilmente oltre centomila persone. Una distesa surreale di mausolei trasformati in abitazioni, dove la vita convive con la morte in un equilibrio difficile da comprendere per uno sguardo occidentale. Bambini che giocano tra le tombe, panni stesi accanto ai sepolcri, motorini che attraversano i vicoli silenziosi. È uno dei luoghi più sconvolgenti del Cairo, ma forse anche uno dei più veri. Qui la città mostra senza filtri la sua fragilità.
Poi arrivano i minareti di Bab Zuweila, che si stagliano contro il cielo polveroso del pomeriggio. Da lassù Il Cairo appare come un oceano di cupole e terrazze infinite. Non a caso viene chiamata “la città dei mille minareti”: in verità si è calcolato che vi siano 120.000 moschee e minareti in tutta l’immensa metropoli. Ogni quartiere possiede la propria moschea, ogni strada il proprio richiamo alla preghiera.

Saqqara e le Piramidi di Giza
La storia dell’Egitto sembra condensarsi a Saqqara, dove sorge la piramide a gradoni del faraone Djoser, progettata dall’architetto Imhotep quasi cinquemila anni fa. È qui che nacque l’idea stessa di piramide. Il deserto intorno è immobile, assoluto. Il vento solleva sabbia sottile, il silenzio ha qualcosa di sacro e la luce, come affermava Gustave Flaubert, “è tutta diversa”. Ma nulla prepara davvero allo spettacolo delle Piramidi di Giza. Le immagini viste mille volte non bastano. Quando appaiono all’improvviso dietro la periferia del Cairo, sembrano irreali, troppo grandi per appartenere al mondo umano. La Sfinge osserva il deserto con il suo sguardo enigmatico da millenni, mentre le pietre delle piramidi conservano ancora il mistero della loro costruzione. Qui ogni civiltà appare minuscola. Ogni uomo, temporaneo.
Le Piramidi di Giza rappresentano l’ultimo frammento sopravvissuto delle sette meraviglie del mondo antico e continuano, dopo oltre quattromila anni, a sfidare il tempo e il deserto. Furono costruite durante la IV dinastia faraonica come gigantesche tombe monumentali per i faraoni Cheope, Chefren e Micerino, simbolo del potere assoluto e del legame sacro tra il sovrano e gli dèi. La più imponente, la Grande Piramide di Cheope, raggiungeva originariamente quasi 147 metri d’altezza ed è composta da milioni di blocchi di pietra perfettamente allineati secondo i punti cardinali. Ai loro piedi, l’enigmatica Grande Sfinge di Giza osserva immobile il deserto con il volto rivolto verso il sole nascente. Davanti a queste architetture immense si prova una sensazione difficile da descrivere: quella di trovarsi al cospetto dell’eternità o, come scrisse André Malraux, “nell’immensa bocca che inghiotte il tempo”.

Dalla Cittadella al quartiere copto
L’esplorazione continua con la Cittadella, che domina Il Cairo dall’alto del colle di Mokattam da oltre otto secoli. Fu voluta alla fine del XII secolo dal grande condottiero curdo Ṣalāḥ al-Dīn, il celebre Saladino, lo stesso sovrano che riconquistò Gerusalemme durante le Crociate. La sua costruzione iniziò nel 1176 con uno scopo preciso: proteggere Il Cairo dagli attacchi dei crociati e unificare le difese della città con quelle dell’antica Fustat. Per secoli la cittadella fu il cuore politico e militare dell’Egitto, residenza di sultani, governatori ottomani e infine di Muhammad Ali Pascià, il padre dell’Egitto moderno, che nell’Ottocento trasformò profondamente il complesso facendovi costruire la magnifica moschea che porta il suo nome.

Le cupole ottomane e i minareti sottili ricordano Istanbul, ma il panorama che si apre sulla città appartiene solo al Cairo. Dalle sue terrazze lo sguardo si perde sopra una distesa infinita di minareti, cupole e case color sabbia, mentre la città continua a pulsare ai suoi piedi come un organismo senza fine. Dentro la moschea il silenzio è quasi irreale. Fuori, il traffico riprende a ruggire senza tregua.

Poco distante, il Museo Militare Egiziano racconta un altro Egitto, quello delle guerre moderne, dei conflitti e delle rivoluzioni che hanno attraversato il Novecento arabo. Eppure il luogo più emozionante resta forse il Museo Nazionale della Civiltà Egizia. Nella sala delle mummie reali il tempo si arresta: ve ne sono custodite 22, 18 di re e 4 di regine. Osservandole attraverso lo specchio del tempo, i volti dei faraoni sembrano ancora vivi, i lineamenti intatti dopo tremila anni. Camminando in penombra davanti a Ramses II o Seti I si avverte una sensazione difficile da spiegare: la vertigine della storia.
Nel quartiere copto, tra vicoli silenziosi e cortili nascosti, sorge la Chiesa Sospesa, conosciuta con il nome di Al-Muallaqa, costruita sopra un’antica porta della fortezza romana di Babilonia. Qui il cristianesimo egiziano custodisce ancora una memoria antichissima, fatta di icone, incenso e preghiere sussurrate.
Il Grand Egyptian Museum
Ma il passato dell’Egitto guarda anche al futuro. Il nuovo Grand Egyptian Museum, il GEM, appare come una cattedrale moderna ai piedi delle piramidi. È considerato il più grande museo archeologico al mondo dedicato a una sola civiltà. Sorge ai piedi delle Piramidi di Giza e appare come una gigantesca porta di pietra proiettata verso il deserto. Il progetto è stato firmato dallo studio irlandese Heneghan Peng Architects, vincitore di un concorso internazionale che vide la partecipazione di oltre mille studi provenienti da tutto il mondo.

La costruzione del museo ha richiesto quasi vent’anni tra progettazione, lavori e ritardi dovuti a crisi politiche ed economiche. Il costo complessivo ha superato il miliardo di dollari, rendendolo uno dei progetti culturali più ambiziosi mai realizzati in Medio Oriente. All’interno custodisce oltre centomila reperti, compreso l’intero tesoro di Tutankhamon con oltre cinquemila oggetti e, in una hall a parte, la straordinaria barca solare di Cheope, conosciuta anche con il nome di Khufu, composta da 1224 pezzi smontabili e assemblabili. Uno straordinario miracolo di ingegneria antica, realizzato per accompagnare il faraone nell’aldilà lungo il fiume degli dèi.

L’ultima sera al Cairo
Con gli amici Mahmoud, proprietario del DMC Travel Square Egypt, e Bassem, titolare del tour operator Bagawat di Milano, che mi hanno organizzato questa discesa tra i frattali della storia egiziana, torno, l’ultima sera, ancora a Khan el-Khalili. Le lanterne accese illuminano i vicoli mentre il richiamo della preghiera scivola sopra i tetti della città. Seduti allo storico El Fishawy Café, aperto dal 1773 e frequentato un tempo da scrittori, artisti e poeti, beviamo tè alla menta osservando il mondo passare lento davanti ai tavolini consumati dal tempo. Fu qui che il premio Nobel Naguib Mahfouz trascorreva interi pomeriggi. “Il Cairo scrive dentro di me”, disse una volta. Ed è probabilmente questa la verità più profonda della città.
Il Cairo non si visita soltanto. Rimane dentro. Come la sabbia del deserto, come il profumo del cardamomo, come il riflesso del Nilo nella notte.

Chi contattare
Bagawat – Bassem El Fatairy vive da oltre trent’anni in Italia. Dopo aver lavorato per importanti tour operator, nel 2017 ha creato Bagawat, realtà di nicchia specializzata in viaggi su misura per scoprire l’Egitto e le sue bellezze.
Travel Square Egypt – Al Cairo il partner di Bassem è Travel Square Egypt, guidata da Mahmoud Ibrahim, profondo conoscitore della città e del Paese, con cui scoprire gli angoli più nascosti e contemporanei della capitale.
Dove dormire
Radisson Blu Hotel Cairo Heliopolis – Elegante e funzionale, in uno dei quartieri più belli della città.

Cairo Marriott Hotel – Nel cuore della città, sull’elegante isola di Zamalek: un incontro tra storia, cultura, architettura ottomana e sensibilità contemporanea.

Fonti e immagini: Testo e fotografie di Mauro Parmesani. Photo credits Mauro Parmesani. Tutti i diritti sulle immagini sono riservati ai rispettivi titolari.



