Ci sono alberghi nei quali si soggiorna e altri nei quali, dopo qualche visita, si comincia inevitabilmente a tornare. La differenza non sta necessariamente nella bellezza di una camera, nell’efficienza di un servizio o nella ricchezza di una spa. È qualcosa di meno misurabile, che riguarda la capacità di un luogo di costruire familiarità senza rinunciare alla professionalità. All’Hotel Tyrol di Selva di Val Gardena questa sensazione ha un’origine precisa: una famiglia che da sessant’anni abita il proprio albergo prima ancora di gestirlo.

La storia comincia nel 1964, quando Karl Malloyer e Frida Kasslatter acquistano un terreno in una Selva molto diversa da quella di oggi. Lei appartiene a una famiglia di albergatori, lui è un commerciante. Intorno ci sono soprattutto prati e la scelta del terreno nasce anche dalla sua esposizione al sole e dalla vicinanza alla chiesa. Gli impianti di risalita arriveranno dopo. Due anni più tardi, nel 1966, apre il Tyrol. È poco più di una casa, destinata però a crescere insieme alla valle.

Alla fine degli anni Settanta arriva un primo ampliamento importante, con la piscina coperta e nuovi spazi. Ma la trasformazione non avviene mai attraverso una cesura. È piuttosto un processo continuo, fatto di aggiunte, rifacimenti, intuizioni, qualche battaglia familiare e una convinzione destinata a diventare la grammatica dell’hotel: la qualità come unica vera possibilità di distinguersi.

Dentro questa storia cresce Bibiana Dirler. Comincia a lavorare giovanissima, a tredici-quattordici anni, prima ai tavoli, poi anche in ufficio. Racconta anni nei quali le giornate potevano significare tredici o quattordici ore di lavoro senza riposi e, anziché allontanarla dall’albergo, quella vita finisce per conquistarla completamente. “Per me questo lavoro è vita”, dice. È probabilmente la frase che meglio permette di capire ciò che ancora oggi si percepisce entrando al Tyrol. Non un mestiere esercitato all’interno di una casa, ma una casa diventata mestiere.

Poi arriva Maurizio Micheli. Toscano, imprenditore, estraneo a un ecosistema nel quale famiglia, territorio e albergo erano strettamente intrecciati. Bibiana lo incontra nel 1989. La loro storia inizialmente non incontra il favore della famiglia, che per lei avrebbe immaginato un uomo del posto, possibilmente legato al mondo dell’ospitalità. Maurizio continua per anni a salire in Val Gardena e il loro rapporto procede tra Toscana e Alto Adige. Sarà Emanuele, il figlio, a imprimere una svolta: in occasione della cresima, alla domanda su quale regalo desiderasse, risponde che vorrebbe vedere sposati i genitori. Bibiana e Maurizio si sposano e lui lascia la propria attività per trasferirsi definitivamente a Selva.

È un passaggio decisivo anche per il Tyrol. Maurizio porta uno sguardo differente, imprenditoriale, e soprattutto una specie di ossessione positiva per il miglioramento. Non è un inserimento semplice. Lui stesso racconta di essersi dovuto adattare a una realtà profondamente diversa dalla propria, ricostruendo dentro l’albergo il suo microcosmo di relazioni. Ma proprio la sfida della crescita condivisa con Bibiana diventa il suo punto di riferimento. “Le prime parole che ci siamo detti quando sono arrivato sono state: bisogna fare qualità”.

Maurizio Micheli, Emanuele e Bibiana Dirler.
Maurizio Micheli, Emanuele e Bibiana Dirler. © ADIBO

La frase potrebbe sembrare persino ovvia, se non fosse che qui la qualità viene interpretata nel senso più esteso possibile. Non riguarda soltanto ciò che si mangia o la preziosità di un materiale, ma tessuti, argenti, quadri, fiori, atmosfera, manutenzione, persone. È un’idea quasi domestica del lusso: circondarsi di cose belle e ben fatte perché sono quelle con cui si convive ogni giorno.

Con Bibiana e Maurizio il Tyrol entra così in una nuova fase. La struttura viene progressivamente rinnovata mentre la generazione precedente continua a esercitare una forte presenza. Alcuni cambiamenti devono essere introdotti quasi di nascosto: una tovaglia, un divano, persino il rifacimento della piscina approfittando di un’assenza della zia. Dietro l’aneddoto divertente c’è in realtà una dinamica comune a molte grandi storie familiari: conservare significa anche avere il coraggio di modificare ciò che si è ricevuto.

Oggi il risultato di questa stratificazione è evidente. Il Tyrol ha appena ottenuto la classificazione cinque stelle nell’anno in cui celebra il sessantesimo anniversario. Non è diventato, però, uno di quegli alberghi di montagna nei quali l’inseguimento della contemporaneità finisce per cancellare qualsiasi coordinata geografica. Legno, tessuti, richiami ladini e materiali alpini continuano a dichiarare dove ci si trova, dialogando con un disegno più attuale. Le camere sono state rinnovate e la Penthouse di 70 metri quadrati, con camino, sauna e doccia emozionale, rappresenta l’espressione più completa di questa evoluzione.

Gli ambienti della Junior Suite.
Gli ambienti della Junior Suite. © FRANCESCA PAGLIAI

La posizione fa il resto. L’hotel è vicino al paese e agli impianti, ma gode di un’esposizione particolarmente felice. D’inverno significa accessibilità alle piste, d’estate luce e montagna a portata di mano. Eppure Emanuele Dirler Micheli, oggi terza generazione della famiglia, quando gli si domanda quale sia il vero punto di forza del Tyrol non parte dall’architettura o dai servizi. Parla di contatto umano.

È qui che il racconto torna inevitabilmente a Bibiana. Ha quella forma di empatia che non si insegna in una scuola alberghiera: riconosce gli ospiti, li coinvolge, attraversa continuamente gli spazi della casa. Emanuele utilizza un’immagine particolarmente efficace: chi arriva in vacanza cerca un cuscino sul quale appoggiarsi, ma ognuno vuole il proprio – morbido, duro, in lattice – e l’ospitalità consiste nel riuscire a capire quale sia quello giusto.

È anche la ragione per cui negli anni il Tyrol è diventato una sorta di salotto di Selva. Gli ospiti si incontrano, ritrovano persone conosciute durante soggiorni precedenti, costruiscono relazioni. La clientela, un tempo soprattutto italiana ed europea, è diventata internazionale seguendo la crescente attrazione esercitata dalle Dolomiti: Nord e Sud America, Asia, Australia. Ma la globalizzazione dell’ospite non ha comportato quella dell’identità. Chi arriva deve continuare a capire di essere in montagna e, soprattutto, in quella montagna.

Anche il benessere segue questa impostazione. La piscina coperta riscaldata dialoga con pietra dolomitica, legno antico e roccia; all’esterno ci sono idromassaggio e sauna in baita, mentre la spa comprende sauna aromatica, sauna stube, bagno turco, vasca salina e sala relax al sale himalayano. Tra i rituali più curiosi rimane la Wine Experience, con bagno in tinozze di legno e massaggio all’olio di vinacciolo.

La piscina interna, tra pietra e materiali alpini.
La piscina interna, tra pietra e materiali alpini. Archivio Hotel Tyrol

E poi c’è la tavola, diventata negli anni uno dei motori dell’identità contemporanea del Tyrol. Alessandro Martellini è parte di questa storia da lungo tempo e la sua cucina racconta bene l’incontro fra le due geografie della famiglia: la matrice gardenese e quella toscana. La scelta di affidargli la cucina quando era ancora molto giovane non fu scontata. Bibiana ricorda di essere andata persino al cimitero dalla madre per domandarle idealmente consiglio: continuare con ciò che già conoscevano oppure affidarsi a un ragazzo deciso a cambiare? Scelsero il cambiamento. E da quella decisione è iniziato un altro pezzo del percorso.

Il servizio al TyRestaurant.
Il servizio al TyRestaurant. Archivio Hotel Tyrol

La vera questione, oggi, è però capire cosa possa diventare il Tyrol dopo sessant’anni. Emanuele non risponde parlando di metri quadrati o nuovi servizi. La sua idea è semmai quella di spostare ancora di più l’attenzione sulla persona. Un viaggiatore sempre meno disposto a sentirsi un numero cerca esperienze personali, capaci di lasciare qualcosa. E per produrle servono innanzitutto persone: l’hotel conta circa 55 collaboratori e uno dei progetti più importanti riguarda proprio la loro selezione, crescita e permanenza all’interno dell’azienda.

È forse il passaggio generazionale più interessante. Emanuele non sembra voler rivoluzionare ciò che ha ricevuto, ma tradurne i principi nel linguaggio dell’ospitalità contemporanea. La tecnologia si compra, una camera si ristruttura, un tessuto si sostituisce. Molto più difficile è costruire una squadra capace di trasmettere quella sensazione di naturalezza che per decenni è dipesa dalla presenza quotidiana della famiglia.

Il TyBar e gli spazi d’incontro dell’hotel.
Il TyBar e gli spazi d’incontro dell’hotel. © FRANCESCA PAGLIAI

Bibiana lo dice in maniera molto più semplice: “Io amo ogni pezzo di questa casa”. Sessant’anni di storia, le cinque stelle, le trasformazioni e tre generazioni possono essere ricondotte alla fine proprio a questa frase. Perché il Tyrol è cresciuto molto, ma continua a funzionare secondo una logica sorprendentemente elementare: chi apre ogni giorno la porta agli altri deve essere il primo a sentirsi a casa.

www.tyrolhotel.it

Fonti e immagini: Testo integrale da James numero 32. Crediti fotografici nelle didascalie.