“Se non sai dove andare, guarda da dove vieni”, dice un proverbio akan. In Ghana questa frase non suona come una massima da tramandare, ma come una chiave d’accesso. Perché qui il passato non è mai davvero passato: resta nelle strade, nei volti, nei gesti, nei luoghi in cui la storia si è depositata senza smettere di pulsare. È un Paese giovane nell’energia e antichissimo nella coscienza di sé, dove il futuro non cancella nulla e la memoria continua a esercitare il suo peso.

Accra ti investe prima ancora di lasciarsi capire. Il caldo è denso, il traffico incessante, la musica sembra filtrare da ogni lato come una corrente continua. Clacson, preghiere, risate, highlife e afrobeats si mescolano all’odore di benzina e di pesce affumicato. La capitale corre, strattona, cambia pelle. È una città nervosa, vitale, impaziente, che sembra lanciata in avanti senza avere mai davvero sciolto il nodo della propria storia. Non stupisce allora che proprio qui, nel 1957, il Ghana sia diventato il primo Paese dell’Africa subsahariana a ottenere l’indipendenza, sotto la guida di Kwame Nkrumah, figura centrale del panafricanismo. Ma quel sogno politico, ambizioso e radicale, ad Accra si avverte ancora come una promessa parzialmente incompiuta.

È a Jamestown che questa sensazione prende forma con maggiore evidenza. Il quartiere storico si affaccia sull’Atlantico con case coloniali scrostate, reti distese al sole, barche dipinte a mano, bambini che giocano sulla sabbia evitando detriti e pescherecci. Il grande faro bianco domina dall’alto una comunità di pescatori che vive sul margine instabile tra tradizione e povertà. Qui Accra abbandona ogni patina e mostra la propria fibra più scoperta. Camminare per Jamestown significa accettare lo sguardo diretto delle persone, gli scambi immediati, una prossimità che non concede neutralità. Non è un luogo che cerca pietà. Chiede semmai attenzione, presenza, tempo. Un anziano mi guarda e sorride: “Il mare dà e il mare prende. Noi restiamo”. È forse la sintesi più limpida della costa: precarietà, orgoglio, permanenza.

Poi il viaggio si sposta verso occidente, lungo quella fascia di litorale che gli inglesi chiamarono Gold Coast. Qui il paesaggio cambia solo in apparenza. Il mare resta bellissimo, quasi scandalosamente azzurro, ma la sua luce si incrina davanti alla memoria che custodisce. Elmina emerge bianca e solenne, come se nulla potesse intaccarne la grazia. E invece basta entrare nel castello per sentire cambiare l’aria. I muri umidi, i passaggi stretti, il buio delle celle raccontano ancora oggi uno dei capitoli più atroci della tratta degli schiavi. Migliaia di esseri umani furono rinchiusi qui, nell’attesa di essere venduti e deportati. Davanti a questo luogo capisci che la storia non è una materia da studiare, ma una pressione che può ancora colpire fisicamente. “La cicatrice resta anche quando la ferita è guarita”, recita un proverbio ghanese. Lungo la Gold Coast, disseminata di castelli e fortificazioni, quella cicatrice non è mai scomparsa.


Dopo una simile immersione, Kakum non rappresenta una fuga, ma un altro modo di ascoltare il Paese. La foresta pluviale del Parco Nazionale avvolge tutto in un verde pieno, quasi assoluto. Il Canopy Walk, con le sue passerelle sospese a oltre trenta metri d’altezza tra le cime degli alberi, obbliga a rallentare il passo e a cambiare prospettiva. Si cammina in equilibrio, leggermente oscillanti, dentro un paesaggio che sembra conservare un volto antico. Qui non è la storia a imporsi, ma la misura. Kakum insegna l’umiltà, e non è un caso che un altro proverbio akan ricordi come chi sale molto in alto debba poi saper scendere con cautela. In Ghana anche la natura sembra parlare per aforismi morali.

Ma è a Kumasi che il viaggio raggiunge il suo punto più intenso. La città è il cuore spirituale dell’antico regno ashanti, ancora oggi vivo nelle sue strutture tradizionali, pur all’interno dello Stato ghanese moderno. Qui, nel Manhyia Palace, vive l’Asantehene, Osei Tutu II, custode di un’autorità che non è folklore né reliquia, ma forma attiva di continuità storica. Tutto questo si manifesta con forza durante l’Akwasidae, la cerimonia che si celebra ogni quarantadue giorni in onore degli antenati e del legame profondo che tiene unito il popolo ashanti.

Assistervi significa entrare in uno spazio in cui politica, spiritualità e rappresentazione non sono separabili. Il cortile si riempie di colori, tessuti kente, danze, canti, tamburi, dignitari, guerrieri, cortigiani. L’oro è dappertutto: collane, bracciali, scettri, sgabelli, emblemi di una regalità che non coincide con la semplice ostentazione, ma con un ordine simbolico preciso. Ogni gesto ha un significato, ogni ritmo trasmette un messaggio, ogni presenza è codificata. I tamburi non accompagnano soltanto: parlano. Raccontano genealogie, ammonimenti, lodi, memorie. In quel suono che entra nel petto come un battito collettivo si capisce che la tradizione, qui, non è un residuo da esibire ai visitatori, ma una forma viva di governo e identità.

In mezzo alla folla, un bambino mi offre una noce di kola. È un gesto minimo, quasi invisibile, ma in quel contesto acquista una forza speciale. C’è condivisione, accoglienza, riconoscimento. E infatti è proprio questo che l’Akwasidae lascia addosso: non la sensazione di avere assistito a una grande cerimonia, ma quella di avere sfiorato un sistema complesso di appartenenze e memorie che continua a vivere senza chiedere il permesso allo sguardo esterno. In un’Africa raccontata troppo spesso solo attraverso le sue fragilità, Kumasi mostra un’altra verità: continuità, orgoglio, disciplina simbolica, profondità storica.

Quando tutto finisce, il dignitario che ci ha accolto mi abbraccia e, prima di salutarci con il dono di una stoffa di kente, mi sussurra una frase che vale quasi da chiusura dell’intero viaggio: “Un popolo senza memoria cammina veloce, ma nella direzione sbagliata”. Me la porto dietro fino al volo di ritorno, più di ogni altra immagine. Perché il Ghana, in fondo, è questo: un Paese che ti obbliga a capire come la velocità non basti, come il presente non possa reggersi da solo, come il futuro abbia bisogno di radici per non diventare soltanto un’altra forma di smarrimento.

In volo
Con i comodi voli della Turkish Airlines in partenza da diverse città italiane (via Istanbul) che atterrano al Kotoka International Airport di Accra.
Dove informarsi
Il vero specialista della West Africa è TransAfrica con uffici sia a Lomé che a Dakar (transafrica.biz).
Documenti e visti
Il passaporto in corso di validità (almeno sei mesi). Il visto è obbligatorio, richiedibile presso l’ambasciata di Roma.
Vaccinazioni
La vaccinazione contro la febbre gialla è obbligatoria e viene controllata all’ingresso. Consigliata profilassi antimalarica.
Fonti e immagini: Testo di Mauro Parmesani. Crediti fotografici nelle didascalie. Tutti i diritti sulle immagini sono riservati ai rispettivi titolari.



