Da lontano sembra quasi nuovo. È una delle prime impressioni che restituisce l’Hotel Hubertus, a Sorafurcia di Valdaora, a 1.256 metri di quota, affacciato sul paesaggio dell’Alta Pusteria. E invece dietro le geometrie contemporanee, le grandi superfici vetrate e quelle architetture che sembrano cercare il vuoto c’è una storia familiare lunga oltre mezzo secolo. Christian Gasser la racconta senza enfasi: suo padre, concessionario Fiat e appassionato cacciatore, acquistò circa 55 anni fa una piccola trattoria, allora chiamata Gasthof Hohenrein. La affidò inizialmente in gestione; quando le cose non andarono come sperato, toccò al figlio maggiore prenderne le redini. Christian avrebbe voluto fare l’architetto. In qualche modo, quella vocazione avrebbe finito per accompagnarlo comunque.

Il nome Hubertus arrivò presto, scelto in omaggio a sant’Uberto, patrono dei cacciatori. Poi iniziò una crescita quasi ostinata: dalla trattoria al due stelle, quindi tre stelle, quattro, quattro superior e infine cinque. Non attraverso un unico grande progetto, ma per successive trasformazioni, una dopo l’altra.

Christian riassume quel percorso con un numero sorprendente: “Ho fatto in 39 anni 36 concessioni edilizie”. Una frase che spiega meglio di qualsiasi cronologia il carattere dell’Hubertus: un albergo pensato come organismo in continua evoluzione.

La Sky Pool sospesa sul paesaggio.
La Sky Pool sospesa sul paesaggio. © Manuel Kottersteger

L’architettura come destino

Anche adesso che si definisce, con una certa ironia, “in pensione”, Christian continua a seguire personalmente i lavori. L’ultimo intervento, concluso nella primavera 2026, ha ridisegnato ingresso, lobby e bar e introdotto nuove saune. È l’ennesimo capitolo di una struttura nella quale l’architettura non è decorazione, ma parte integrante dell’esperienza.

Il segno più spettacolare resta la Sky Pool: 25 metri di piscina a sfioro, riscaldata a 33 °C e sospesa a 12 metri dal terreno, con un fondo vetrato che accentua la sensazione di galleggiare sopra il paesaggio. Poco distante, la Sky Spa Heaven & Hell, progettata dallo studio NOA di Bolzano, porta ancora più avanti il gioco tra pieno e vuoto: una piattaforma sospesa sopra l’hotel nella quale idromassaggi panoramici, saune e stanza del freddo costruiscono una sequenza di contrasti. Sopra il cielo, sotto l’inferno: un gesto architettonico forte, ma sorprendentemente coerente con la montagna che lo circonda.

La filosofia che sta dietro agli spazi, tuttavia, è meno spettacolare e forse più interessante. L’Hubertus dispone oggi di circa 150 posti letto e Christian insiste su un punto: anche quando l’albergo è pieno, l’ospite non deve percepire affollamento. Piscine, zone relax, sale, ristorante e aree wellness sono distribuiti proprio per diluire le presenze. Il lusso, qui, coincide anche con la possibilità di trovare uno spazio per sé.

Le architetture della Sky Spa Heaven & Hell.
Le architetture della Sky Spa Heaven & Hell. © Manuel Kottersteger

Settemila metri quadrati di benessere

L’Alpenreych Spa occupa 7.000 metri quadrati e riunisce nove piscine e nove saune. Ai numeri, però, è preferibile il modo in cui questi ambienti entrano in relazione con l’esterno: acqua, calore e panorama diventano materiali progettuali. Il rinnovamento 2026 ha aggiunto una Sauna Eventi panoramica a 82 °C, dedicata anche agli Aufguss quotidiani, una biosauna a 55 °C, un nuovo bagno turco e una sala di meditazione. La nuova Panorama Bar lounge, invece, utilizza una grande vetrata per riportare ancora una volta lo sguardo verso le montagne.

È proprio questa possibilità di vivere due vacanze nello stesso luogo che Christian considera uno dei punti di forza dell’Hubertus: il riposo quasi balneare sul lettino, tra piscine e prato, e la montagna vera, da attraversare a piedi o in bicicletta. Dall’hotel partono itinerari nei boschi e verso l’alta quota; il programma settimanale comprende escursioni guidate e tour, mentre Plan de Corones è il riferimento naturale per molte delle attività outdoor.

Una famiglia dentro l’albergo

La trasformazione più importante, tuttavia, non riguarda cemento, acciaio o vetro. Oggi la gestione è passata ai figli di Christian: sono loro a condurre l’albergo, mentre il padre continua a occuparsi soprattutto delle costruzioni e degli interventi sulla struttura. È una continuità familiare che spiega molto dell’identità del resort. Christian la contrappone implicitamente a un’ospitalità vissuta soltanto come investimento: qui, dice, chi gestisce l’albergo “vive la vita là dentro”.

Anche il rapporto tra dimensioni e personale è significativo: circa cento persone lavorano per una capacità di 150 posti letto. La struttura è riservata agli ospiti dell’hotel e non nasce come family resort, pur accogliendo naturalmente anche bambini. Il pubblico è internazionale – italiani, tedeschi, svizzeri, americani e ospiti provenienti da molti altri Paesi – ma l’impronta rimane quella di una casa cresciuta attorno a una famiglia.

Helga e Christian Gasser.
Helga e Christian Gasser. © Manuel Kottersteger

Investire, restituire

C’è poi un’altra forma di continuità, meno immediatamente visibile. Da circa venticinque anni il calore necessario per riscaldamento, acqua e piscine viene prodotto attraverso un impianto a cippato. La fornitura è stata progressivamente concentrata su un operatore di Valdaora che utilizza legname proveniente dal territorio comunale. Parallelamente la famiglia finanzia la messa a dimora di circa 1.200 alberi l’anno nelle frazioni del comune, pensando a un ciclo che, nell’arco di 25-30 anni, possa ricostituire la materia utilizzata.

Il fotovoltaico installato sui tetti e nell’area del parcheggio copre, secondo Christian, circa un quarto-un terzo della produzione elettrica necessaria. Nel parcheggio sono inoltre disponibili 32 punti di ricarica per auto elettriche su 64 posti. Sono interventi differenti, accomunati da una logica molto concreta: ridurre distanze, consumi e dispersioni senza trasformare la sostenibilità in un elemento puramente narrativo.

La tavola

La cucina è affidata ad Antonio Triscari e a una brigata numerosa, con una proposta prevalentemente italiana e altoatesina. Materie prime regionali – dalla trota ai formaggi – convivono con aperture mediterranee, mentre la cantina affianca etichette dell’Alto Adige a referenze italiane e internazionali. È un aspetto tutt’altro che secondario in un resort dove l’esperienza è costruita per accompagnare l’intera giornata e nel quale la qualità dell’ospitalità non può interrompersi a tavola.

La sala ristorante e la vista sulle montagne.
La sala ristorante e la vista sulle montagne. © Manuel Kottersteger

Poi c’è una piccola stanza che, in mezzo a piscine sospese e migliaia di metri quadrati di wellness, racconta forse meglio di altre la cura per i dettagli: la sala sigari. Non è certo ciò che definisce l’Hubertus, ma è uno di quei particolari sempre più rari che fanno capire come l’idea di comfort possa assumere forme differenti per ospiti differenti.

La storia dell’Hubertus, in fondo, è tutta qui: non aver mai considerato raggiunto il punto d’arrivo. Ogni volta che l’albergo sembrava compiuto, la famiglia Gasser ha ricominciato a immaginarlo. Christian lo racconta con una formula quasi domestica: ciò che entra viene reinvestito nella struttura, spesso ancora prima che il precedente investimento abbia finito di produrre i suoi effetti. È così che una piccola trattoria di montagna è diventata ciò che appare oggi. Non cancellando ciò che era, ma continuando ostinatamente a costruirci sopra.

www.hotel-hubertus.com

Fonti e immagini: Testo integrale da James numero 32. Crediti fotografici nelle didascalie.