Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Los Cabos con un volo della Condor, compagnia tedesca diventata riconoscibile per i suoi aerei dipinti con larghe strisce verticali colorate, quasi fossero sdraio da spiaggia sospese nel cielo. Quando il velivolo tocca la pista nella luce intensa della Baja California Sur, la prima sensazione è quella di essere arrivati ai margini del continente.
L’aria è calda ma secca, quasi tagliente. Il paesaggio attorno all’aeroporto è essenziale: cactus, rocce e aride colline. È il primo incontro con la Baja California Sur, nella parte meridionale della penisola della Baja California, una striscia di terra lunga oltre mille chilometri che separa l’Oceano Pacifico dal Mare di Cortez. Si capisce subito che il viaggio non è solo una destinazione: è soprattutto una strada. Qui tutto si scopre on the road, seguendo la lunga Carretera Federal 1 che percorre la penisola da sud a nord, attraversando deserti, villaggi di pescatori e città nate quasi per caso lungo la costa.
La prima tappa è San José del Cabo, una cittadina che conserva l’atmosfera di un villaggio messicano tradizionale. Il centro storico ruota attorno alla piazza e alla chiesa della Misión San José del Cabo Añuití, fondata nel Settecento. Le strade sono tranquille, le gallerie d’arte si alternano a piccoli ristoranti e le bouganville colorano i muri bianchi delle case. Camminando tra queste vie si ha la sensazione che la Baja più autentica sopravviva ancora dietro l’immagine turistica della regione.
Ma è solo un sospiro perché da San José a Cabo San Lucas il traffico è impressionante così come la moltitudine di vacanzieri che sciamano tra spiagge, resort e un’infinità di ristoranti e attrazioni. Cabo San Lucas è l’altra faccia della Baja: porti turistici pieni di yacht, hotel giganteschi e una vita notturna che attira visitatori da tutto il mondo. Non a caso la regione di Los Cabos è oggi uno dei motori turistici più importanti del Messico, con milioni di visitatori ogni anno.
Il simbolo naturale di questa costa è “El Arco de Cabo San Lucas”, un arco di roccia scolpito dalle onde dove le acque del Pacifico incontrano quelle del Mar di Cortez. Visto dal mare sembra una porta aperta sull’orizzonte. I pescatori raccontano che nelle giornate calme si può sentire il rumore dell’acqua che brontola tra gli scogli come un respiro profondo. Al tramonto la processione di lance che qui chiamano panga, di yacht e di ogni genere di imbarcazione turistica è quasi incessante, tutti vogliono vedere l’arco, tutti vogliono una foto ricordo, tutti vogliono divertirsi. Dopo l’indigestione sensoriale di gente e musica a tutto volume, è l’ora di ritrovare l’anima più vera e autentica della Baja. Seguiamo la Carretera Federal 1 che si snoda verso nord, in prossimità dell’Oceano Pacifico. Chilometri di deserto scorrono fuori dal finestrino: cactus giganteschi e frastagliate cime montane, sotto un cielo immenso. È in questo spazio ricco di vita che si percepisce davvero il senso di un viaggio nella Baja: lunghe distanze, silenzi e una natura dominante.

On the road verso nord
La prima tappa è Todos Santos, un “Pueblo Mágico” sospeso tra il deserto e l’oceano. Deve la sua fama all’iconico Hotel California (che molti associano alla canzone degli Eagles, anche se il legame non è ufficiale, anzi continuano le diatribe legali fra gli Eagles e la proprietà dell’hotel). Il pueblo negli anni ’60 e ’70 divenne rifugio di artisti, surfisti e spiriti liberi. Oggi è un mix di gallerie d’arte, missioni coloniali e spiagge selvagge come Playa Cerritos. Più a nord, dopo quasi quattro ore di guida tranquilla, raggiungiamo Puerto Chale, un piccolo porto di pescatori diventato negli ultimi anni uno dei luoghi migliori per osservare le balene grigie. Da gennaio a marzo, le balene grigie percorrono migliaia di chilometri dall’Alaska per venire qui a partorire e ad accoppiarsi.

I pescatori diventano barcaioli, le lance scivolano lente sull’acqua piatta. Non è raro che una balena si avvicini volontariamente all’imbarcazione. A volte è la madre, altre il cucciolo, spinto in superficie come a chiedere attenzione. C’è chi allunga una mano, chi resta immobile, incredulo. Nessuno parla. In quei minuti sospesi, il turismo scompare e resta solo l’incontro tra due specie. Veder emergere lentamente una balena a pochi metri dalla barca è un’esperienza che lascia in silenzio: quindici metri di animale, migliaia di anni di evoluzione, e l’impressione improvvisa di essere soltanto ospiti in un mondo molto più antico del nostro.

La Baja California Sur in fondo non offre attrazioni facili. Richiede tempo, distanze, pazienza. Il viaggio diventa un esercizio di ascolto del mare, del deserto, e di una natura che qui non è sfondo, ma protagonista assoluta, capace di concedere storie che non si consumano in fretta. La strada corre sinuosa come una promessa non mantenuta, tagliando il deserto in due. Ai lati, cactus colossali si stagliano contro un cielo che sembra non finire mai. La Baja California Sur non si attraversa: si affronta. È una terra aspra e magnetica, un lembo di Messico dove la geografia detta il ritmo e il silenzio ha ancora qualcosa da dire.
La Missione di Loreto
La nostra meta è ora il pueblo di Loreto lungo la costa del Mar di Cortez. Una sinfonia di palme rigogliose è il preludio a una delle città più antiche della California storica. Fondata nel 1697 come prima missione gesuita, fu la capitale delle Californias. Loreto conserva un’aria quieta, quasi fuori dal tempo. La Misión de Nuestra Señora de Loreto domina ancora la piazza centrale, testimone di un passato coloniale che qui non è mai diventato spettacolo. La sera, i tavolini dei ristoranti si riempiono lentamente e qualcuno racconta di quando il mare era più generoso, o forse lo era solo la memoria.

Loreto è anche porta d’accesso al Parco Nazionale Marino di Bahía de Loreto, un santuario naturale, un arcipelago di isole disabitate dove il mare è così limpido da sembrare irreale. I pescatori locali parlano delle correnti come di persone, le rispettano, le temono. È un sapere antico, tramandato senza mappe né manuali. Aureliano il pescatore che ci accompagna con la sua panga, mi dice che il mare “ti dà solo se capisce che sai aspettare”. È una lezione che torna utile più avanti, nel cuore del deserto. Nella grande baia, mentre filiamo veloci verso l’isola di Coronado, un gruppo di balene grigie sbuffa nell’acqua con la grande coda che si innalza al cielo prima di inabissarsi e, ancora, più spettacolare, assistiamo alle evoluzioni e ai salti di due enormi balene azzurre.

In quel momento mi torna in mente una frase di Cousteau: “Proteggiamo ciò che amiamo, amiamo ciò che comprendiamo”. Qui la comprensione passa attraverso il silenzio e la semplice osservazione. Poi c’è l’isola vulcanica di Coronado con le sue belle spiagge di sabbia bianca e con la colonia di leoni marini in bella mostra accalcati l’uno sull’altro. L’acqua è incredibilmente trasparente, tanto che non è raro avvistare mante e tartarughe direttamente dalla barca. Nelle giornate calme, il mare attorno all’isola diventa uno specchio perfetto che riflette il profilo arido delle montagne della Sierra de la Giganta. I pescatori locali raccontano che, nelle notti senza luna, si vede il plancton bioluminescente illuminare le scie delle barche.

La Baja California Sur è una terra che non si lascia consumare in fretta. È un viaggio che obbliga a rallentare, a sopportare le distanze, a rinunciare al superfluo. Bruce Chatwin scriveva che “la vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada”. In Baja quella strada è lunga, spesso vuota, ma conduce a incontri che restano impressi più di qualsiasi panorama.
Quando ripartiamo, con il deserto alle spalle e il mare davanti, abbiamo la netta sensazione che non siamo in un semplice luogo geografico ma in una sinfonia naturale con cui dialogare, dal silenzio millenario del deserto, al blu cobalto del mare e, per chi ha la pazienza di ascoltarla, difficilmente torna a casa uguale a prima.
La capitale della Baja California Sur
A La Paz arriviamo senza clamore. Nessun grattacielo, nessun traffico isterico. Solo una luce netta che cade sul Malecón, il lungomare dove al tramonto le famiglie passeggiano, i pescatori sistemano le reti e i venditori ambulanti arrostiscono mais e pesce. Il nostro hotel è davvero eccentrico sia per il nome Republica Pagana che per il meraviglioso rooftop da cui si ammira un tramonto di magia. La sera il Malecón è una passerella originale di ristoranti, locali e gallerie d’arte. Imperdibile sedersi ai tavoli di Biskmarcito, per una indimenticabile cena di crostacei e pesce fresco (da non perdere una specie di gustosissime Saint-Jacques in versione gigante che qui chiamano chocolate). Si capisce subito che la capitale della Baja California Sur ha scelto un’altra velocità. “Qui non succede niente” mi dice sorridendo un venditore di mais. È il suo modo di dire che qui succede l’essenziale. La Paz vive di mare. Il Mare di Cortez, “l’acquario del mondo”, come lo definì Jacques-Yves Cousteau, non uno slogan turistico ma una realtà quotidiana. Basta salire sulla lancia all’alba per rendersene conto. La meta è l’isola di Espíritu Santo, a circa 1 ora di navigazione. Il nome risale ai conquistadores spagnoli del XVI secolo. Per secoli fu rifugio di pirati e pescatori di perle.

Ancora oggi si trovano resti di antichi accampamenti. Ma l’isola è soprattutto riserva naturale patrimonio dell’UNESCO. L’approdo agli scogli de Los Islotes permette di ammirare una nutrita colonia di leoni marini. In verità, ancora prima di vederli se ne sente il rumore. Un miscuglio di latrati, sbuffi e richiami che rimbalzano sulle rocce vulcaniche. In acqua, i cuccioli nuotano curiosi attorno ai visitatori, mordicchiando pinne e maschere con una confidenza disarmante. Le guide raccomandano di non toccarli: sono loro ad avvicinarsi, a stabilire la distanza. È un incontro che ribalta le gerarchie: qui l’uomo non osserva, viene osservato. Qui “il mare non si guarda, si ascolta”. È nella baia di La Paz che assistiamo all’incontro più emozionante. In meno di tre metri d’acqua, nuotiamo tranquillamente assieme a un paio di squali balena. La visita a questi maestosi pesci è attentamente sorvegliata, solo due o tre barche alla volta e per un tempo massimo di un paio d’ore e, attenzione, vietato avvicinarsi troppo agli animali, men che meno toccarli. Un ultraleggero vola spesso sopra le nostre teste per verificare che rispettiamo la consegna. A pochi chilometri dalla città si trovano alcune delle spiagge più spettacolari della penisola. Playa Balandra appare quasi irreale: acqua bassissima e trasparente, sabbia chiarissima e una baia protetta dove il mare sembra una laguna tropicale. Qui si trova anche El Hongo de Balandra, una roccia modellata dal vento che è diventata il simbolo fotografico della spiaggia.


La magia di Cabo Pulmo
All’alba la costa orientale della Baja California Sur sembra sospesa tra due silenzi: quello del deserto e quello del mare. Davanti al piccolo villaggio di Cabo Pulmo l’acqua cambia colore con la luce, dal blu profondo al turchese lattiginoso. È difficile immaginare che sotto questa superficie quieta si estenda una delle barriere coralline più antiche del Pacifico orientale, formatasi circa ventimila anni fa quando correnti calde e fondali rocciosi permisero ai coralli di colonizzare questa costa arida.
Negli anni delle grandi esplorazioni marine anche Jacques-Yves Cousteau rimase colpito dalla ricchezza biologica. Tra canyon sommersi e fondali sabbiosi, prospera un ecosistema sorprendente: oltre duecento specie di pesci, tartarughe marine, razze e squali di barriera. Per generazioni gli abitanti di Cabo Pulmo vissero di pesca artigianale. Poi, negli anni Novanta, il mare cominciò a svuotarsi. Fu allora che la comunità prese una decisione radicale: smettere di pescare e proteggere il reef. Nel 1995 nacque il Parque Nacional Cabo Pulmo.

Il risultato è oggi visibile appena sotto la superficie: immense nuvole di carangidi argentati si muovono compatte come tempeste marine, mentre cernie, murene e squali pattugliano la barriera. Cabo Pulmo non è soltanto un paradiso per subacquei e biologi: è la prova concreta che un mare sfruttato può rinascere quando chi lo abita decide di difenderlo. La Baja California Sur vive oggi anche grazie a questo patrimonio naturale. Il turismo cresce ogni anno, sempre più viaggiatori arrivano qui non solo per le spiagge, ma per l’ecoturismo, per le immersioni e per l’incontro con una natura ancora potente. Baja è una linea sottile tra deserto e mare, tra silenzio e movimento, tra la nostra vita veloce e il tempo lento della natura. E forse è proprio questo il fascino più profondo della penisola: guidare per centinaia di chilometri tra cactus e oceano, fermarsi davanti a un tramonto immenso e scoprire che, in un luogo così remoto, il mondo sembra improvvisamente più semplice e vero.

Il deserto e i cactus giganti
Nel deserto della Baja California Sur una presenza emblematica è il cardón (Pachycereus pringlei), da distinguere dal saguaro (Carnegiea gigantea), proprio della Sonora continentale e dell’Arizona. I saguaro possono superare i 12 metri di altezza e vivere oltre 150 anni. Un saguaro impiega fino a 10 anni per raggiungere appena 2–3 centimetri. Le “braccia” iniziano a crescere solo dopo 60–70 anni. I Seri (o Comcáac, come si autodefiniscono nella loro lingua), popolazione indigena della Sonora continentale, considerano il saguaro quasi una creatura ancestrale: quando il vento soffia tra le spine, sembra che il deserto sussurri. Al tramonto, le ombre lunghe dei cactus creano un effetto teatrale che ha fatto da sfondo a innumerevoli film western.
Le balene grigie
La Eschrichtius robustus compie una delle migrazioni più lunghe del pianeta: oltre 15.000 km dall’Artico alle lagune della Baja (come Ojo de Liebre e San Ignacio) per partorire. Qui accade qualcosa di unico: le balene si avvicinano volontariamente alle barche. I locali le chiamano “amichevoli”. Le madri sembrano “presentare” i piccoli ai pescatori. Dopo il recupero dalla caccia industriale, la popolazione del Pacifico orientale è stata a lungo considerata un caso di successo nella conservazione. Le rilevazioni più recenti della NOAA segnalano però un nuovo forte calo della popolazione e una riproduzione molto bassa: una ripresa storica che non consente di considerare risolte le minacce alla specie.

in volo
Con i voli della Condor, da Milano Malpensa via Francoforte e nel periodo estivo anche da Roma, Palermo e Venezia: per i voli a lungo raggio vengono utilizzati i nuovissimi Airbus 330 neo che offrono tre classi di servizio. La livrea degli aeromobili è immediatamente riconoscibile simboleggiata da strisce colorate verticali (giallo, rosso, blu, verde e beige) che richiamano gioia e diversità, basata sull’idea del “volo delle vacanze” (condor.com).
dove informarsi
hospitality
ristoranti
nuotare con lo squalo balena
The Cortex Club
Fonti e immagini: Testo di Mauro Parmesani. Crediti fotografici nelle didascalie. Tutti i diritti sulle immagini sono riservati ai rispettivi titolari.



